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Caterina Medici da Racconigi, levatrice: il corpo femminile sotto processo


 Caterina Medici entrava nelle case quando nessun uomo era ammesso. La chiamavano di notte, all'alba, durante le tempeste. Portava con sé acqua calda, stoffe pulite, mani esperte e faceva nascere bambini. 

Per l'Inquisizione, questo era già troppo.

Il giorno del suo arresto, stava tornando da un parto difficile. Il bambino era nato morto e la madre piangeva. Qualcuno osservava dalla soglia, qualcuno avrebbe parlato.


CHI ERA CATERINA

Caterina era una levatrice riconosciuta, vedova e senza protezione maschile. Aveva imparato il mestiere da un'altra donna, come si faceva da secoli. Conosceva il sangue, il dolore, la morte.

Questo sapere era tollerato solo finché restava invisibile. Quando divenne indispensabile, divenne pericoloso.


L'ACCUSA E L'ORIGINE DELLA DENUNCIA

L'accusa fu terribile: infanticidio rituale, pratiche magiche, uso di unguenti sospetti e rapporti con forze oscure.

Nei documenti il linguaggio era vago, ma suggestivo. Non si parlava di un singolo caso, ma di un'abitudine. Questo rendeva impossibile qualunque difesa.

Il parto finito male fu il pretesto. Ma la vera origine era più profonda.

Caterina era chiamata più spesso del parroco. Decideva chi poteva essere battezzato in tempo e chi no, aveva potere sul momento più fragile della vita. Inoltre, alcune donne si affidavano a lei anche per interrompere gravidanze indesiderate. Non ci sono prove che praticasse aborti, ma bastava l'idea o anche solo il semplice sospetto.

Il suo arresto fu pubblico. Serviva a lanciare un messaggio. La trascinarono davanti a donne che, fino al giorno prima, l'avevano supplicata di aiutarle. Nessuna di loro, però, parlò a favore di Caterina. La paura aveva già vinto.


PRIGIONIA E TORTURA

Caterina fu rinchiusa in una cella isolata. Le negarono il contatto con altre detenute, le impedirono di muoversi e le fecero domane ossessive sul corpo: sangue, liquidi, parti difficili, bambini morti.

Ogni dettaglio diventava sospetto, ogni conoscenza diveniva una prova della sua "colpa".

La tortura non fu immediata. Prima la stanchezza, poi la fame e infine la vergogna. Le dissero che altre donne avevano parlato. Era falso, ma funzionava.

Quando iniziarono le torture, Caterina resistette poco. Il dolore era insopportabile e confessò ciò che le veniva suggerito: di aver usato unguenti "non benedetti", di aver pronunciato parole non approvate, di aver deciso sulla vita.

La confessione non descriveva fatti, descriveva paure maschili.


IL PROCESSO E LA SENTENZA

Il processo fu rapido, non servivano troppe prove. Una levatrice accusata di infanticidio incarnava tutto ciò che l'ordine sociale temeva: una donna che controllava nascita e morte.

I testimoni erano indiretti: "si dice che", "si mormora che". Bastava solo questo.

Venne condannata al rogo, con la sentenza che parlava di "esempio necessario" Bruciarono anche i suoi strumenti, come se il fuoco potesse cancellare il sapere.


Il suo caso mostra come l'Inquisizione colpisse non solo le credenze, ma le competenze. In particolare, le competenze femminili.

La stregoneria fu spesso il nome dato alla paura di perdere il controllo sul corpo delle donne.


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