Nell'autunno 1887, la giornalista ventitreenne Nellie Bly si infiltrò in un manicomio femminile fingendosi pazza, per raccontare la verità sulle condizioni delle pazienti. Il risultato fu uno dei reportage più sconvolgenti della storia moderna: "Ten Days in a Mad-House".
UN ESPERIMENTO DI FOLLIA
A fine Ottocento, i manicomi statunitensi erano un luogo di segregazione più che di cura. Le donne considerate "difficili" o "scomode" (spesso povere, straniere o semplicemente ribelli" venivano internate in questi istituti, senza alcuna possibilità di difesa. La Bly decise di rivelare cosa si nascondeva dietro quelle mura e, per farlo, ideò l'audace piano di recitare la pazzia finché le autorità non l'avessero rinchiusa. Si trasferì in una pensione per donne a New York, dove iniziò a comportarsi in modo sempre più strano: fissava il vuoto, si rifiutava di dormire, gridava che le altre ospiti erano pazze. Pochi giorni dopo, la polizia la arrestò e un giudice la dichiarò "mentalmente squilibrata".
Il 25 settembre 1887 fu trasferita nel manicomio femminile di Blackwell's Island, luogo noto per la sua crudeltà e per l'indifferenza delle autorità cittadine.
DIECI GIORNI DI ORRORE
Ciò che la giovane giornalista scoprì andava oltre ogni immaginazione. Le pazienti vivevano in condizioni disumane: acqua ghiacciata, cibo avariato, maltrattamenti fisici e psicologici. Le infermiere urlavano, minacciando e picchiando le donne che osavano lamentarsi. Le stanze erano fredde e sporche, le lenzuola non venivano mai cambiati, i bagni erano maleodoranti.
Ma ciò che colpì di più la giornalista fu un dettaglio ancor più inquietante: molte delle internate non erano affatto pazze. Alcune erano immigrate che non parlavano inglese e quindi non riuscivano a farsi capire, mentre altre erano semplicemente povere o rimaste senza famiglia.
Nel suo reportage, Nellie scrisse: "Se non eri pazza quando arrivavi lì, lo saresti diventata in pochissimo tempo".
IL RITORNO ALLA LIBERTA'
Dieci giorni dopo, grazie all'intervento del New York World per cui scriveva, la giornalista venne rilasciata. Poche settimane dopo, il suo reportage cominciò ad uscire a puntate sul giornale, sconvolgendo l'opinione pubblica americana.
Le sue parole erano precise, documentate e feroci: "Ho visto donne affamate, legate, insultate e trattate come animali. E tutto questo in nome della cura".
La sua inchiesta rivelò l'incompetenza medica, la violenza sistematica e la totale mancanza di umanità del sistema psichiatrico dell'epoca, oltre al totale disinteresse da parte della autorità per le persone rinchiuse in questi istituti.
LE CONSEGUENZE DI UN CORAGGIO
L'effetto fu immediato. Il Dipartimento di Sanità di New York aprì un'indagine ufficiale e, nel giro di pochi mesi, furono aumentati i fondi destinati alle istituzioni per malati mentali. Alcuni medici e infermieri furono rimossi dai loro incarichi e le condizioni di vita a Blackwell's Island migliorarono sensibilmente.
L'EREDITA' DI "TEN DAYS IN A MAD-HOUSE"
Grazie a lei, nacque un nuovo modo di fare giornalismo: il reportage sotto copertura, in cui il giornalista non si limitava ad osservare ma viveva in prima persona ciò di cui scriveva.
Nellie Bley divenne un'eroina a livello nazionale e fu celebrata per il suo coraggio e per la precisione con cui seppe unire empatia, denuncia e metodo investigativo.
L'inchiesta di Blackwell's Island rimane, ancora oggi, un punto di riferimento per il giornalismo d'inchiesta. In un'epoca in cui le donne erano spesso escluse dalle redazioni oppure confinate a temi "leggeri", la Bly dimostrò che il giornalismo poteva essere uno strumento di giustizia sociale e in grado di cambiare la realtà che descriveva. Il suo lavoro ispirò generazioni di reporter ed aprì la strada ad un nuovo tipo di narrazione: il giornalismo immersivo, dove la verità nasce dall'esperienza diretta.
Più di un secolo dopo, le parole di Nellie risuonano ancora con forza: "Non volevo scrivere della follia da fuori. Volevo capire cosa significasse viverla".
Con il suo gesto estremo, la Bly non solo smascherò un sistema crudele, ma dimostrò che il giornalismo può (e deve) essere una forma di umanità attiva.

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